Perché ci dà così soddisfazione il lavoro che abbiamo fatto con le nostre stesse mani?

Perché i tanti progetti sul fai da te che possiamo trovare su Faidatehobby.it o su Pinterest, ad esempio, ci regalano così tante soddisfazioni?

La risposta potrebbe trovarsi nei mobili IKEA o, per meglio dire, nel modello di business che ha imposto l’IKEA come azienda leader mondiale, aprendo di fatto un nuovo mercato.

IKEA ha avuto un’idea brillantemente diabolica: l’azienda, sin quasi dalla sua nascita, ha offerto scatole di parti di mobili e costretto i clienti ad assemblare gli articoli da soli, con solo l’aiuto delle loro istruzioni amaramente impossibili da capire.

Chiunque si sia trovato alle prese con un mobile IKEA mediamente complesso, riconoscerà come assembleare le varie parti richieda una quantità sorprendente di tempo e fatica.

Eppure…

Eppure, quando arrivi alla fine di quel lavoraccio sei colto da una strana sensazione, una soddisfazione alquanto strana e inaspettata che mai avresti immaginato di provare mentre ti scervellavi e maledirvi quei pezzi che sembravano non combinarsi mai gli uni con gli altri.

L’IKEA non è certo stata la prima azienda a capire la psicologia legata all’auto-assemblaggio, ma è stata certamente l’azienda che ha sistematizzato il tutto.

Pensa che già negli anni ’40 del secolo scorso ci sono state aziende che proponevano dei mix per torte alle casalinghe, quelle scatole con pochi elementi da amalgamare soltanto e poi mettere direttamente nel forno per ottenere una squisitissima torta.

Al tempo questi mix erano completi di tutto ma non ebbero molto successo.

La ragione stava nel fatto che alle casalinghe sembrava, paradossalmente, tutto troppo semplice; non c’era il ben che minimo impegno da parte loro e questo portava a considerare la torta ottenuta come lontana dall’essere una torta casalinga.

L’azienda produttrice comprese la cosa e mandò in commercio una scatola che non comprendeva anche le uova e il latte in polvere.

Le casalinghe, aggiungendo questi due semplici alimenti, si sentirono di nuovo coinvolte nel processo di creazione e il prodotto finale, la torta, risultò molto più gradita.

Lo sforzo aumenta il nostro affetto e il nostro attaccamento

È lo sforzo, il tempo che impieghiamo a produrre i nostri lavori di fai da te che ci fa sentire dei creatori e non semplicemente degli acquirenti di un bene o di un servizio.

Ed anche quando il risultato da noi ottenuto risulta, oggettivamente, non all’altezza, siamo comunque propensi a dare alla nostra creazione un valore maggiore rispetto al valore di un bene o un servizio che abbiamo semplicemente comprato.

Vi è una certa dose di egocentrismo nel nostro sentirci creatori, l’amore per il nostro lavoro manuale ci porta spesso a sopravvalutare le nostre creazioni e, altrettanto spesso, ci spinge a credere che anche altre persone valutino positivamente le nostre creazioni, almeno tanto quanto noi.

Insomma, più è duro il lavoro e l’impegno che ci mettiamo e maggiore è il valore che noi diamo a quel lavoro.

Basta poco per trasformarci in creatori

Ormai il meccanismo psicologico che ci spinge a dare maggior valore alle cose nel cui processo noi stessi abbiamo giocato un ruolo, è ben noto alle aziende.

È anche facile vedere come questo meccanismo si applica ad artisti, artigiani e hobbisti.

Ma per quanto riguarda le cose che personalizziamo come consumatori?

Se acquisti un paio di scarpe online da Nike, ad esempio, puoi personalizzare i colori di scarpe, lacci e fodere.

Inizialmente, questo desiderio di personalizzazione sembra riguardare le preferenze: scegliamo il rosso sul viola perché ci piace di più il rosso.

Ma la realtà è che la personalizzazione ha ulteriori vantaggi.

Scegliendo il rosso, rendiamo il prodotto un po’ più nostro.

Maggiore è lo sforzo che dedichiamo alla progettazione, maggiore è la probabilità di apprezzare il prodotto finale.

Per questo molte aziende ci consentono di personalizzare i prodotti che acquistiamo, sia che si tratti di una scarpa da ginnastica, sia che si tratti della carrozzeria della nostra auto.

Insomma, la “morale” di questo discorso è che, spesso, ci rende più soddisfatti lavorare noi stessi ai nostri progetti invece che pagare qualcuno che se ne occupi.

La lezione è che un po’ di sudore ci ripaga in termini di valore e di significato che noi attribuiamo alle cose che sono frutto di quel sudore.